10 Giugno 2011

L'INTERVENTO DELLA NATO IN LIBIA

Prof. Massimo DE LEONARDIS
Professore di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali
all'Università Cattolica di Milano

Dodici anni dopo il Kosovo, la NATO è impegnata in un’altra “guerra umanitaria”. L’intervento militare in Libia da un lato solleva gli stessi interrogativi concernenti le “guerre umanitarie” che sorsero a proposito della precedente azione militare contro la Serbia nel 1999, dall’altro pone domande riguardo alla specifica situazione attuale.

Gli interrogativi sulla vera natura delle “guerre umanitarie” non hanno probabilmente immediata rilevanza per i responsabili politici ed operativi ed interessano maggiormente gli studiosi. Tuttavia anche i decision makers, se vogliono mantenere il consenso delle opinioni pubbliche e degli elettorati, devono prestare attenzione a che le motivazioni umanitarie degli interventi appaiano credibili e soprattutto non in stridente contrasto con gli interessi nazionali, soprattutto in una fase di grave crisi economica.

“Guerra umanitaria” può in realtà voler dire due cose. Il primo significato è quello di intervento a difesa dei “diritti umani”. Oggi come nel 1999, chi si richiama alla Realpolitik sulle vere intenzioni alla base di tali interventi solleva dubbi riassumibili nell’affermazione che «gli Stati non combattono per valori, ma per interessi: combattono per i valori soltanto quando essi sono funzionali ai loro interessi» (così scrisse allora il Generale Carlo Jean). È in quest’ottica un campione della Realpolitik come il Cancelliere tedesco Bismarck nel 1880 poteva dichiarare: «Quando vengo a sapere delle sofferenze di un negro (sic!) … in qualche parte del mondo, posso ricordarlo nelle mie preghiere, ma non posso farne un oggetto della politica tedesca». Nessun governante potrebbe più oggi esprimersi così, ma forse in parte si continua a pensare in tal modo.

Vi è però un significato più sottile di “guerra umanitaria”, che trae origine dal concetto di sicurezza collettiva ed in particolare dal tentativo ingenuo, con il Patto Kellogg-Briand del 1928, di mettere fuorilegge la guerra come strumento di politica nazionale, ammettendo solo la guerra che la comunità internazionale, l’“umanità” appunto, conduce contro chi ne viola regole. Proprio commentando il Patto Kellogg-Briand nel 1932, il politologo tedesco Carl Schmitt smascherava la realtà nascosta dietro i principi: «Se uno Stato combatte il suo nemico politico in nome dell’umanità, la sua non è una guerra dell’umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale ... L’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche … A questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Proudhon: chi parla di umanità, vuol trarvi in inganno».

Nel linguaggio politico-diplomatico recente, “comunità internazionale” è stato in realtà un nome in codice dietro il quale sta l’Occidente, tanto è vero che la NATO è stata poi lo strumento operativo sia in Kosovo sia in Libia. Ciò spiega le diffidenze dei Paesi che si sono astenuti sulla risoluzione 1973 dell’ONU, più comprensibili quelle di Russia e Cina, meno quelle di India e Brasile.

L’intervento in Kosovo non aveva il mandato dell’ONU, ma la NATO prese l’iniziativa in prima persona restando sufficientemente compatta. Quello in Libia ha luogo con il mandato del Consiglio di Sicurezza, con una NATO coinvolta da parte di una “coalizione dei volonterosi” e meno unita, con ben 20 Stati membri su 28 che non partecipano alle operazioni, tra i quali uno di primo piano come la Germania, che si è anche astenuto sulla risoluzione dell’ONU. Diversi commentatori, guardando all’esperienza iniziale in Iraq ed Afghanistan, avevano parlato negli anni scorsi di una NATO a “geometria variabile”, “serbatoio di coalizioni di volonterosi”; le operazioni in Libia sembrano essere un caso di questo tipo.

Inoltre il mandato dell’ONU lasciava aperti molti margini di ambiguità. Esso, infatti, autorizzava varie misure per l’ottenimento di una tregua e la protezione dei civili. Diversi membri della coalizione lo hanno tuttavia forzato fino a dichiarare apertamente di mirare alla sconfitta di Gheddafi, obiettivo ormai accettato pressoché da tutti. All’epoca del Kosovo l’obiettivo della destituzione di Milosevic non fu mai proclamato, ma emerse solo sulla lunga distanza.

Gheddafi è colpito da un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale proprio mentre inizia il processo contro il Generale Mladic. Si potrebbe dire che la giustizia trionfa; magari in maniera sommaria, come nel caso dell’esecuzione di Osama Bin Laden. Chi viola la jus ad bellum e lo jus in bello prima o poi paga. Però Assad in Siria, Saleh nello Yemen e l’Emiro del Bahrein reprimono le manifestazioni sostanzialmente indisturbati dalla comunità internazionale ed Obama evita di citare l’Arabia Saudita nel suo appello alla democratizzazione nei Paesi arabi, confermando la perdurante validità del patto tra Washington e Riad stretto tra Roosevelt e Re Ibn Saud nel 1945. Gheddafi in realtà non piaceva a nessuno, se non a qualche Stato cliente dell’area sub-sahariana, che lo prendeva sul serio come “Re dell’Africa”; la sorte del suo regime non stava a cuore a nessuno, a parte l’Italia, e mutamenti di regime in Libia non spostano equilibri strategici fondamentali.

Il problema quindi è, come sempre, politico e non giuridico, anche perché, come osserva l’autorevole giurista Ugo Draetta, «l’acquisizione del diritto umanitario come parte del diritto internazionale è recente, ancora da consolidare, e certo velata da diverse interpretazioni politiche».

Uno studioso, francese, Jean-Sylvestre Mongrenier, ha indicato nella guerra contro Gheddafi, un caso di “guerra giusta”, secondo le tradizionali categorie della dottrina cattolica, così come uno studioso cattolico americano, Michael Novak, si era affaticato a dimostrare che la guerra all’Iraq era “giusta”, senza peraltro convincere Giovanni Paolo II, che aveva condannato duramente quella guerra. In un’intervista al Corriere della Sera l’allora segretario di Stato Cardinale Sodano si era chiesto: «Ci conviene inimicarci un miliardo di musulmani», avanzando una riserva all’insegna della Realpolitik, che non può essere trascurata nemmeno dalla Santa Sede. L’attuale Pontefice non si è espresso altrettanto esplicitamente sulla guerra a Gheddafi.

Veniamo agli scenari strategici. Nelle scorse settimane, sotto l’egida dello IAI e del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, da me diretto, un collega ha organizzato una tavola rotonda dal titolo L’Europa e il Mediterraneo dopo la crisi libica: ancora Mare Nostrum? Come storico avrei da osservare che il Mediterraneo non è più Mare Nostrum per l’Europa almeno dal 1956, quando le due maggiori Potenze europee, Gran Bretagna  e Francia, dovettero ritirarsi da Suez. Da allora semmai il Mediterraneo è stato un mare occidentale, presidiato dalla VI Flotta americana. Più in generale l’Occidente (ma forse sarebbe il caso di dire gli Stati Uniti, se si eccettuano il Maghreb e la Libia, dove i Paesi europei hanno avuto un ruolo importante) ha mantenuto le sue posizioni in tutto il “Mediterraneo allargato”, facendo perno su alcuni pilastri, come Egitto, Arabia Saudita e Turchia.

Questi tre Paesi sono stati in gradi ed in tempi diversi “poco presentabili” da un punto di vista della correttezza politica democratica. Washington si è trovata più volte alle prese con il dilemma tra stabilità e democrazia, enunciato icasticamente sempre da Roosevelt quando a proposito del dittatore del Nicaragua Anastacio Somoza disse: «È un figlio di p., ma è il nostro figlio di p.» In altre parole: si doveva tollerare dittatori amici degli Stati Uniti o si doveva abbatterli rischiando l’ascesa al potere di politici magari vicini dell’URSS? In alcuni casi la transizione andò bene, come nelle Filippine dopo Marcos, in altri disastrosamente, lo Shah dell’Iran (un altro pilastro della politica americana) fu brutalmente abbandonato ed in breve sostituito da Khomeini. In qualche caso la mano di Washington fu pesante: l’uomo forte del Vietnam del Sud Ngo Dinh Diem fu assassinato nel 1963 sotto lo sguardo benevolo della CIA e non si trovò più un leader alla sua altezza. Henry Kissinger disse una volta: «In questo mondo è spesso pericoloso essere un nemico degli Stati Uniti, ma essere un loro amico è fatale». Qualche mese fa, in un breve commento, scrivevo che oggi il timore è che siano gli islamici a giovarsi della situazione e che El Baradei, nel frattempo scomparso dalla scena, svolga il ruolo transitorio che fu di Kerenskij nel 1917 o dell’ultimo Primo Ministro nominato dallo Shah nel 1979.

L’effetto domino dalla Tunisia si è esteso in maniera grave all’Egitto, alla Libia, allo Yemen, alla Siria, ed, in parte, al Bahrein. Ogni affrettato paragone con il crollo dei regimi comunisti nel 1989 è azzardato, poiché nel Mediterraneo e nel Medio Oriente manca la comune mano oppressiva allora costituita dall’URSS e dal totalitarismo comunista. Le situazioni sono assai variegate, sia pure con elementi comuni, la presenza di regimi dittatoriali ed il pericolo del fondamentalismo islamico. Forse gli Stati maggiormente attrezzati a resistere sono le monarchie, dove il Sovrano ha anche una legittimazione religiosa: la Giordania, dove la dinastia Hashemita vanta la discendenza da Maometto, il Marocco, dove il Re è anche l’Emiro dei credenti, l’Arabia Saudita, dove il Re è anche custode dei luoghi santi. Recentemente si è parlato dell’adesione al Gulf Cooperation Council di Giordania a Marocco, rafforzandone il carattere di club delle monarchie.

Da un punto di vista puramente marinaro è certamente più facile navigare nel Mediterraneo che nell’Atlantico. Ragionando invece in termini storici e geopolitici la situazione dell'Atlantico è sicuramente più tranquilla di quella del Mare Nostrum. Sull’altra sponda dell’Atlantico tre secoli di colonizzazione europea hanno lasciato un’impronta perfettamente riconoscibile. Nel 1883 John Seeley in The Expansion of England, descriveva la formazione di una civiltà atlantica come il fattore fondamentale della storia moderna. Durante la Seconda Guerra Mondiale Walter Lippmann vedeva l’Atlantico come un nuovo Mediterraneo, il «primo ordine universale dall’epoca classica». Esiste quindi una civiltà atlantica, nucleo dell’Occidente, mentre non esiste una civiltà mediterranea. Il Mediterraneo è un concetto geografico o geostrategico, ma non esprime un’identità culturale comune, anzi è il crocevia di diverse culture.

Sono evidenti un approccio buonista al Mediterraneo ed uno realistico. Alexander Pope ha scritto: «I mari uniscono le regioni che dividono». Era un poeta, non uno storico, e anche oggi su questo argomento si fa spesso più poesia che storia, magari parlando della vite e dell’olio. Ma i vigneti in Algeria non esistono quasi più e la ragione è politico-religiosa, non climatica. Nel Mediterraneo, che «è sostanzialmente un luogo deputato all’insicurezza», non abbastanza grande da tenere separati o distinti i tre continenti che vi si affacciano, si sono svolti gran parte dei conflitti che hanno interessato l’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il punto di vista buonista avvalora un «equivoco mediterraneo», che veniva così descritto qualche mese fa dal Corriere della Sera recensendo appunto un volume di tale tendenza: «il mito di una mediterraneità che dovrebbe offrire la possibilità di gettare ponti tra le sue sponde. Intenzione nobilissima, ma prima si dovrebbe chiarire la funzione dei ponti, soprattutto se si trovano nelle zone di confine. Si può ovviamente auspicare che i confini scompaiano, come fa Salvatore Bono nella sua recente opera Un altro Mediterraneo e che a questa scomparsa contribuisca una storia “condivisa”. Ma queste condivisioni rischiano di essere pietre tombali per la verità storica e quella auspicata da Bono non fa eccezione, come si vede proprio dal suo libro, molto informato ma anche molto reticente ad affrontare gli argomenti più scottanti, riguardanti sia gli scontri tra civiltà nel passato, sia i problemi attuali, come “la temuta minaccia del fondamentalismo islamico, il rischio del terrorismo, la presunta eccessiva presenza di immigrati”».

Un approccio realistico non può negare che dopo l’Impero Romano il Mediterraneo non ha più avuto unità e che il conflitto tra Cristianesimo ed Islam, tra Europa e musulmani, è stato una costante degli ultimi 1.300 anni. La Guerra Fredda è stata solo una parentesi. Già allora il Mediterraneo costituiva un sotto-sistema regionale che seguiva logiche diverse dallo schema bipolare globale, anche se finì per essere inserito, alquanto arbitrariamente, in quest’ultimo. Nasser imprigionava i comunisti ma era alleato dell’URSS. La Guerra Fredda non ha lasciato eredità; l’eredità più significativa non è quella dello scontro tra mondo libero e comunismo, ma è più antica e, quanto ai tempi recenti, è semmai quella della decolonizzazione.

Alla fine della Guerra Fredda s’identificarono due potenziali “archi di crisi”: i Balcani ed il Mediterraneo. I primi sono stati sufficientemente stabilizzati: sostanzialmente i problemi gravi furono determinati solo dalla dissoluzione di uno dei due Stati artificiali nati dopo la Prima Guerra Mondiale: la Jugoslavia (l’altro, la Cecoslovacchia, si divise pacificamente). I Paesi dell’Europa Centro-Orientale già membri del blocco sovietico appartenevano a pieno titolo alla civiltà europea; entrate in crisi l’ideologia e la prassi totalitarie che li opprimevano e dissolto il blocco nel quale erano inseriti, potevano “ritornare a casa”, inserendosi a pieno titolo nelle libere organizzazioni europee ed atlantiche. Il Mediterraneo è un caso diverso. Non esprime, come si è detto, una civiltà ed è assai difficile trovare una cornice istituzionale comune. Si potrebbe tracciare una storia di tutti i tentativi falliti, dalla mancata costituzione di un Patto Mediterraneo vagheggiata dal ministro degli esteri britannico Bevin ad oggi, di creare un sistema di sicurezza o economico comune tra le due sponde del Mare Nostrum o che comunque legasse Paesi occidentali a Paesi del “Mediterraneo allargato” e del “Grande Medio Oriente”. Il mutamento della situazione politica interna, con la sostituzione di regimi filo-occidentali da parte di altri ostili all’Occidente, determinò ad esempio la crisi e la dissoluzione della C. E. N. T. O. (Central Treaty Organization), evoluzione del Patto di Bagdad, quando già nel 1958 la monarchia Hashemita fu abbattuta e poi nel 1979 cadde lo Shah dell’Iran. Le varie iniziative in corso della NATO, il Dialogo Mediterraneo, e della UE, hanno avuto un lento sviluppo e segnano il passo.

Se guardiamo le “forze profonde”, i fattori di lunga durata di natura culturale, etico-politica, economico-finanziaria, demografica, psicologica, che influiscono sulla vita degli Stati e delle società e condizionano l’azione degli attori della politica internazionale, nel Mediterraneo allargato emergono molti elementi critici e divisioni: religiose, politiche, economiche e demografiche. Altro elemento critico è il fattore energetico, che vede l’Occidente (soprattutto l’Europa, ma anche il Giappone) dipendere dai Paesi della sponda sud e del Medio Oriente. Senza contare che attraverso il canale di Suez passa circa il 30% del naviglio mercantile mondiale.

Negli anni ’90 vi era una tendenza perfino eccessiva a drammatizzare. Nella visione di Huntington dello «scontro di civiltà», il Mediterraneo rappresentava una delle aree principali attraversate da una linea di frattura tra nord e sud. Si parlò addirittura di un Mediterraneo pronto a trasformarsi «in una specie di nuova cortina di ferro», appunto tra nord e sud, destinata a prolungarsi nel Mar Nero. Resta il fatto che il Mediterraneo è «un’equazione a troppe incognite» (Tonini), un «mosaico» (Santoro), e vi è da chiedersi se i Paesi che vi si affacciano siano «partner o vicini scomodi?» (Zallio).

«La sicurezza nella regione meridionale è un valore che può essere ottenuto solo attraverso un lungo processo che abbini deterrenza, dialogo, negoziati, gestione delle crisi, capacità di circoscrivere i punti caldi e la proliferazione di armi di distruzione di massa, stretti contatti tra nord e sud» (Santoro). Un’efficace e coordinata strategia verso le sfide nella regione deve includere sia strumenti politico-economici che politico-militari: i primi sembrerebbero più appannaggio dell’UE, i secondi della NATO e degli Stati Uniti.

Quali saranno gli effetti dell’intervento in Libia? Vi è da chiedersi se esso favorirà la diffusione della democrazia nel mondo arabo, costituendo un monito per i dittatori ed un incitamento per le masse che aspirano alla libertà o se verrà percepito come un’ennesima intrusione neo-coloniale, alimentando sentimenti antioccidentali. Interverrà l’Occidente nel caso di dure repressioni in altri Paesi, o starà a guardare in nome della Realpolitik? Alla fine guadagnerà la democrazia o il fondamentalismo islamico? In ogni caso l’Italia è in prima linea da ogni punto di vista, forniture energetiche e flussi migratori, ed ha il pieno diritto di decidere ogni mossa su un piano di parità con gli altri Stati.